Il pane non è solo un alimento, ma un elemento che unisce le famiglie e rappresenta il legame profondo tra la terra e l’uomo. Le sue parole mettono in luce l’importanza del terroir del pane — fatto di farine, luoghi e persone che ne determinano la qualità — e invitano a considerarlo non come una semplice merce, ma come il risultato di un lavoro e di una filiera preziosa, che meritano rispetto.
Sull’importanza del pane come valore simboli e culturale di ogni paese è incentrato il programma della la CNN Tavel ‘Breaking Bread’ con Tony Shalhoub che nel suo giro nel mondo selezione i 50 migliori pani del mondo da annusare, impastare e riscoprire, dove la mollica diventa racconto e la crosta storia viva.
In ogni angolo del mondo il pane ricopre un ruolo speciale: condiviso in famiglia, venduto per strada, celebrato nei riti. E tra le tante varietà riconosciute da CNN, anche l’Italia è presente, con una creazione relativamente recente che è però diventata il simbolo del nostro modo unico di intendere la panificazione.
La ciabatta, figlia del Veneto e madre di mille panini
Nel programma Breaking Bad la CNN la celebra la ciabatta, tra i pani più iconici del pianeta, riconoscendole il merito di rappresentare una panificazione moderna, accessibile e versatile, che racconta il saper fare italiano e la capacità di innovare restando fedeli alle radici.
Nata nel 1982 ad Adria, in provincia di Rovigo, la ciabatta è un pane giovane ma ormai entrato di diritto nella tradizione italiana e mondiale. In poco più di quarant’anni è diventata uno dei pani più conosciuti e apprezzati, grazie alla sua struttura leggera, alla crosta sottile e alla mollica ariosa. È un pane che accompagna senza coprire, che sostiene ogni farcitura con equilibrio e discrezione.
Il suo ideatore, Arnaldo Cavallari, la pensò come la risposta italiana alla baguette francese: un impasto ad alta idratazione, capace di creare quella alveolatura irregolare oggi sinonimo di qualità e artigianalità. La forma schiacciata richiama una pantofola – da qui il nome – ma la ciabatta ha fatto passi lunghi, conquistando panetterie e tavole in ogni parte del mondo.
Profumi dal mondo: pani che raccontano storie
In ogni Paese il pane è molto più di un alimento: è cultura, memoria, identità. Dall’Armenia, dove il lavash – sottile e cotto nei forni di terracotta – è simbolo di abbondanza e patrimonio Unesco, fino all’Afghanistan, con il bolani ripieno di patate o lenticchie, croccante e profumato.
Dall’Etiopia, dove l’injera funge da piatto e da posata, fino al Sud-est asiatico, con i pani sfogliati come roti canai, paratha e malawach, ideali da intingere in curry e salse speziate.
Ogni continente custodisce un pane che racconta una storia: il pão de queijo brasiliano, piccolo capolavoro di manioca e formaggio; il sangak iraniano cotto sui ciottoli roventi; il khachapuri georgiano, con il suo cuore di formaggio e uovo.
E ancora: il pumpernickel tedesco, scuro e compatto; il challah intrecciato d’Israele; il khobz marocchino cotto nei forni comunitari; il pan cubano dal profumo di lardo e le tortillas messicane, che hanno attraversato i secoli senza perdere autenticità.
In Europa, il lefse norvegese si arrotola con burro e zucchero, il broa portoghese nasce dall’unione di mais e grano saraceno, mentre in America Centrale le pupusas salvadoregne si distinguono per la loro farcitura e la crosticina dorata.
Dal taboon giordano al kisra sudanese, dal bammy giamaicano al tijgerbrood olandese, fino ai biscuits americani e al damper australiano: ogni pane è il risultato di una cultura, di un clima e di mani che tramandano gesti antichi.



